Una sera, un palco all’aperto
Poesia in prosa, 6 luglio 2006
Pupille secche. Questa l’impressione nello sforzo di leggere i nomi delle strade, al semibuio del principiare di sera estiva. La mappa imprecisa, le vie camminate non corrispondono al disegno. Giro in tondo, con la testa in alto. M’insegue veloce il tempo scaduto. Ferma, Alcesti è distesa sul volontario capezzale.
Le avevo chiesto un messaggero per ovviare al ricordo stentato. Lei ne perse il ricordo, non per caso. Devo far presto. Quella dev’essere la via. S’intravvede la signora vestita di nero col bastone lucido. E’ un’illusione, come la falce ed il teschio ed il cappello a falde larghe, nero anch’esso.
Lei non m’attende più, se mai l’ha fatto, e siede tranquilla. Forse m’avrebbe respinto già prima, se avesse potuto. Avrei potuto lasciar scorrere questo tempo sopra di me come tempesta sopra un tetto e non ho voluto. Voglio entrare ed assistere alla storia, sia essa di coraggio o vigliaccheria, amore o morte, di perdite o di affetti ritrovati, Dèi e uomini. Si può essere sconfitti, però partecipare è l’unico modo per evitarlo.
Ancora questa piazza, per la terza volta l’attraverso. Più avanti, non può essere che più in là, allora. Lo splendore di un sudario di gran valore non fa minore il soffrire la perdita. Il Re Admeto piange adesso ciò che non ha voluto evitare prima. Per paura, soltanto biasimevole paura. Soltanto la paura di sbagliare mi trattiene ormai dal fare un timido ingresso.
Come ultimo tentativo di conoscere il futuro, chiamo forte la Dea. Lei non risponde. Entro ugualmente. La nera signora ride forte alle mie spalle, e subito dopo mi è davanti. Il suo cappotto è quanto meno fuori stagione, ma chi da lei è toccato, improvvisamente gela. Un coro stentato annuncia il passaggio nell’Ade.
Già sazio ed ebbro, cercando carezze di donna, lo ascolto, le lacrime si affacciano dagli occhi per sentire meglio.
Forse è un inganno la sorpresa sul volto a forma di vocale afona. Innocente è chi sbaglia per errore non calcolato. Non riesco a credere ad una dimenticanza, ma è la bugia che mi ferisce.
Affronto la pallida padrona del carro che conduce nel mondo di coloro che furono. Paura ne ho, ma quasi un disprezzo del vivere mi spinge a rischiare per la mia causa. Chiedo alla Morte di prendermi, se ha abbastanza coraggio per farlo. I miei occhi nei suoi, fossati di grigio. Se avesse potuto morire, l’avrebbe fatto, pur di spegnere il mio furore.
Alcesti è viva, infine; Admeto colpevole e senza condanna; Eracle, a scontar la pena da innocente, va via solo, come un mendicante.
Forse è un inganno la breve premurosa profusione di parole. Ma questa volta non voglio pensare alle quinte e a cosa c’è dietro. Per una volta, almeno, voglio godere dell’attimo. E ci provo, mentre m’allontano, con qualcosa da mendicare.













