A volte ritornano: il pidocchio torinese
Due anni fa iniziai a lavorare per una società torinese di gestione creditizia come informatico, presso la neonata sede di Verona. Mi occupavo in realtà di entrambe le sedi, essendo l’unico esperto in affari di computer. Il comportamento contrattuale di questa società è stato ai limiti dell’illecito. Per i primi otto mesi sono stato senza contratto, nonostante le promesse e le ripetute richieste. All’ennesima mia insistenza, l’amministratore delegato, un ominicchio a forma di pera, mi dice che non è ancora sicuro che io sia utile all’azienda.
All’indomani non mi presento in ufficio, deciso a cercar lavoro altrove, questa volta regolarmente. Al terzo giorno di assenza ricevo una telefonata da quello stesso tizio che non era sicuro: evidentemente ha avuto modo di pensarci, visto che mi offre un contratto. A progetto. Ed un minuscolo aumento.
Accetto quelle condizioni, con l’unica certezza di lasciare quel lavoro appena possibile. E rispettando alla lettera la normativa sui contratti di quel genere: nessun vincolo di orario lavorativo. Lui intendeva servirsene per giustificare eventuali mie permanenze oltre l’orario normale, io mi presentavo al mattino circa mezz’ora dopo l’orario che aveva imposto. Alle sue lamentele rispondevo mostrandogli ciò che era scritto sul contratto. Nessuna concessione alla pera.
Sono rimasto due mesi in tutto. La società intanto si è spaccata: i soci di Torino hanno mollato quello di Verona ed io ho ricevuto comunicazione che non era più necessaria la mia presenza.
Gli altri impiegati, dipendenti a tutti gli effetti tranne che per il contratto ‘a progetto’ al solo scopo di evitare i contributi che sarebbero spettati loro, hanno ricevuto lettera di licenziamento poche settimane dopo di me. Il preavviso di un mese mi è servito per occuparmi dei casi miei…
Il socio di minoranza, messosi in proprio, dopo le promesse di richiamarmi appena costituita la nuova ditta, mi affidava qualche lavoro occasionale di poco conto. Nello stesso momento quelli di Torino mi hanno offerto altrettanti lavori per la sede piemontese. Da entrambe le parti si mostrava interesse per un mio impiego continuativo, ma solo per contrariarsi a vicenda. Nemmeno il buon gusto di nascondere certe indecenze, dico io…
Io, classico terzo tra i litiganti, ne ho approfittato clamorosamente.
Quando è arrivato il momento di inviare per iscritto le mie richieste contrattuali ai torinesi, la comunicazione si è interrotta per incanto. Nessuna risposta.
Il veronese l’ho visto l’ultima volta quando mi sono presentato da lui per l’assegno relativo agli ultimi lavori svolti.
A fine settembre del 2007, io mi trovavo senza lavoro e con un conto in banca agonizzante. Ma già all’inizio di ottobre, grazie ad un po’ di fortuna e con un piccolo aiuto dagli amici, ho ottenuto un colloquio al centro servizi di un gruppo bancario insieme ad altri due informatici: c’era un unico posto di sistemista da inquadrare come consulente esterno.
Una settimana dopo ho iniziato a lavorare dove sono tutt’ora.
La retribuzione adeguata e soddisfacente mi ha permesso, in un anno, di cambiare in meglio la mia vita quotidiana, fino alla recente decisione di prendere casa da solo.
E giovedì mi telefona quel gran CapoTorinese.
Senza quasi nemmeno salutare passa a raccontare frettolosamente. Mi dice che forse ha provocato un problema, ovvero non ha rinnovato l’abbonamento al servizio database insieme a quello di hosting per il sito web dell’azienda. Ben sette euro risparmiati in un anno!
Con un eufemismo potrei dire che si tratta di una merda d’uomo. Ma è un’espressione quasi volgare, per cui mi limito a dire che il suo attaccamento al denaro è schifoso.
Il sito web in questione, da me progettato e realizzato, era interamente basato su un database MySql. Quello che ora non c’è più. Gli ho detto che senza DB, niente sito. Lui mi passa un sedicente tecnico “perché parlate la stessa lingua”.
Spego per i non esperti che i siti web ‘dinamici’ presentano da un lato una struttura comune delle pagine (definita tramite un linguaggio di programmazione, come il php) e dall’altro il contenuto delle pagine, tutto conservato in una base dati.
Quando si richiede una pagina attraverso il browser (per esempio cliccando su un link), il server su cui risiede il sito costruisce una pagina html in tempo reale usando la struttura predisposta e riempiendola con il contenuto che va a prendere dal database. La definizione stessa di sito dinamico dovrebbe far capire che se si perde il database, il contenuto dell’intero sito non c’è più.
Il ‘tecnico’ rispiega la situazione con le stesse parole di CapoTorinese. Io rispondo che si tratta di un sito dinamico. E questo, come l’attento lettore avrà già capito, dovrebbe bastare a chiarire la situazione, vero? Ed invece no.
Lui dimostra limpidamente di non capirci una pera: dice che ha trovato i file php, ma dentro non c’è il contenuto, cosa c’era nel database?
Evidentemente non parliamo la stessa lingua.
Lo liquido con “il contenuto del sito” poi gli chiedo di ripassarmi il GrattaCapoTorinese (”Ripassami quell’altro”, in un’espressione di disprezzo) pregustando la soddisfazione per quello che ho da dirgli.
“Si può recuperare?” Fa lui. Ma non gli rispondo.
“Senti, stiamo parlando del mio mestiere. Se ti serve una consulenza me lo chiedi e ti faccio avere le mie tariffe. Ma non adesso ché sto lavorando e non posso stare al telefono.”
Molte altre frasi con lo stesso tono mi sono rimaste in gola, ché mi trovavo in ufficio con altre persone presenti e dovevo mantenere un contegno. Però il sapore di queste frasi è stato piacevolmente saporoso.
L’ignobile interlocutore era evidentemente sorpreso. Dopo una breve pausa d’incertezza, ha emesso pochi suoni con una vocina quasi arrochita dal colpo: “Va bene… ehm, il mio numero ce l’hai, nel caso puoi chiamarmi.”
Ho chiuso la comunicazione. Ovviamente non ho alcuna intenzione di richiamarlo. Se si degnerà di chiamare, lui, cosa di cui dubito, gli farò avere un sostanzioso preventivo.
Del resto non vedo perché dovrei prendere in considerazione i problemi di un tizio che potrei definire attraverso una espressione dialettale della mia terra campana: un pidocchio salito. Ovvero una nullità che crede d’essere qualcosa in più per pura illusione.
Tags: sassi nelle scarpe, sedicenti tecnici, sito web, taurus, Torino














