Gli aspetti razziali della legge Berlusconi-Gelmini
L’argomento è tra i più importanti per la vita civile: la formazione di base dei cittadini. La scuola è il luogo principale di creazione dei primi rapporti sociali e soprattutto per l’apprendimento degli strumenti di interrelazione. Prima tra tutti la lingua.
La presenza nelle scuole di bambini che parlano lingue differenti impone da un lato l’adeguamento della pedagogia attuale, dall’altro rappresenta una opportunità di crescita per tutta la didattica.
Chi abbia esperienza, anche minima, nello studio di una lingua straniera, sa perfettamente che una competenza in tal senso si acquisisce rapidamente e senza troppi sforzi unicamente attraverso il contatto diretto con parlanti di madre lingua.
Evidente, dunque, che isolare i bambini stranieri non può in alcun modo aiutarli ad imparare l’italiano. Chi ha scritto il provvedimento contenuto nella legge Gelmini, lo ha fatto nella completa ignoranza. Oppure soltanto per ragioni razziali.
La legge afferma che i bambini stranieri vanno segregati in classi speciali per le loro carenze conoscitive, in particolare linguistiche. C’è da sottolineare come spesso cittadini stranieri abbiano una conoscenza dell’italiano pari o addirittura superiore a quello di certi italiani, e come esistano bambini italiani che conoscono solo il dialetto. Se lo scopo dell’isolamento fosse educativo, non dovrebbe essere previsto anche in questi casi?
In realtà è facile rendersi conto dell’intento eminentemente razzista di questa legge. Ancora di più se si considera che secondo tale principio, ogni altro tipo di carenza dovrebbe essere risolto attraverso l’allontanamento dagli altri, quelli ‘normali’. Da qui ai campi di sterminio non c’è molta strada.
C’è però un’altra questione sollevata dalla legge razzista del governo Berlusconi. Implicitamente si fa passare l’idea secondo cui gli allievi delle scuole dell’obbligo debbano possedere competenze adeguate per non complicare la didattica di tutti. Il che vuol dire mettere in discussione il diritto all’istruzione dei bambini. Non tutti, solo i figli di stranieri. La norma vergognosa di questa legge non può avere altro obbiettivo che la segregazione razziale.
Il fatto che l’estensore sia un leghista, chiude ogni discorso.
La differenza linguistica non è un handicap, e la lacuna può essere colmata rapidamente solo in presenza di uno scambio continuo che va dunque incoraggiato, e non ostacolato. Ma come abbiamo visto, l’obbiettivo di questa legge è l’apartheid, il tentativo di impedire ad ogni costo l’integrazione. Invece di sostenere gli studenti stranieri con difficoltà, si sceglie l’isolamento e l’emarginazione. Con in più l’ipocrisia di far passare per progresso un provvedimento ignobile ed inumano.
C’è da ricordare, infine, che l’Italia è uno dei Paesi con la maggiore diversità linguistica autoctona (se non sbaglio solo l’India ci batte da questo punto di vista, ma con una popolazione di venti volte superiore ed una estensione continentale), tra dialetti ancora vivissimi nella parlata comune e minoranze linguistiche (ben 14, su tutto il territorio nazionale). E c’è da ricordare che l’italiano s’è diffuso grazie alle scuole, frequentate da bambini che parlavano un’altra lingua, dal piemontese al siciliano, dal napoletano al veneziano, dal ladino al sardo, al genovese, al friulano, e così via.
Ma ovviamente queste sono verità sgradite ai razzisti del governo Berlusconi.
Fonte: MicroMega
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